Chiara Valerio, Federico Ferrero, Massimo Gatta…

…Paolo Buchignani, Laurent Gaudé, Gianluca Felicetti, Mark Kurlansky, Chicca Maralfa – nove libri recensiti da Valerio Calzolaio

Cane 51Laurent Gaudé

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Edizioni e/o Roma – 2024 (orig. 2022)

Pag. 236 euro 18

 

Magnapoli. Tra meno di mezzo secolo. Zem Sparak batte da venti anni l’ampia infima zona 3 da poliziotto per conto delle autorità; è stato esiliato dal Pireo trent’anni prima quando la Grecia fu acquistata, schiacciata militarmente, bruciata e svuotata dai potenti privati della GoldTex; è arrivato lì 24enne e ripensa sempre ad Atene, ai giorni in cui tutti volevano partire e pochissimi vi riuscirono (trasferiti come manovalanza a Cefalonia o su altre isole sportello), solo quelli che in qualche modo avevano tradito le opposizioni popolari contro l’oppressore. Poi lo chiamano sulla scena di un crimine e, come dal principio ha giurato a sé stesso e ora al morto, decide di trovare il colpevole. Il cadavere è di un caucasico sulla cinquantina, sventrato dalla gola all’ombelico. Lui però è un subalterno, deve obbedire e viene chiamato nella ricca riparata zona 2 dalla giovane poliziotta Salia Malberg, elegante e carina, capelli corti, cicatrice sull’arcata e tatuaggio sul collo, reduce dal funerale del proprio capo e mentore. Lei già sa che la vittima era residente in zona 2, inspiegabilmente in zona 3, dove Zem dovrà scavare, frugare, cercare e riferire, come un bravo cane. Fra le zone si passa tramite check-point, tutto meticolosamente controllato, tanto più che esiste una cupola climatica che protegge i residenti nelle zone 1 e 2 dai continui repentini eventi meteorologici estremi o pesanti. Quasi subito emergono gravi complicazioni: all’ucciso era stato trapiantato l’aggeggio che regala ai fortunati venti anni di longevità in buona salute, rallentando guai e rughe; siamo in piena aspra campagna elettorale per un componente della commissione Direttorio, Kanaka contro Barsok, senza esclusione di colpi; alcuni indizi conducono al primo (anche l’omicidio di una magnifica escort della zona 3, che lo visitava spesso), mentre il secondo sa tutto delle antiche storie di Zem in Grecia; si rischia l’implosione.

Il grande scrittore e drammaturgo francese Laurent Goudé (Parigi, XIV°, 1972) vinse giovane il Premio Goncourt (2004) e continua a pubblicare romanzi di notevole qualità, anche questo recente noir fantascientifico, speculative fiction di forte impatto geopolitico e sociale. La narrazione è in terza varia, al passato, sulla fine della Grecia travolta dai debiti e sulle Grandi Sommosse represse da GoldTex, e al presente, sulla Magnapoli attraversata da eccessive diseguaglianze e dalle “solite” lotte per un potere crudele e cervellotico. Il protagonista amava Lena ad Atene e conosce meglio Salia nel LOve Day (che i potenti incentivano con benevolenza ogni anno), è comunque sempre turbato e sconvolto, si concede spesso di obnubilarsi attraverso pasticche di droghe sintetiche che drenano ricordi e dolori, riconosce propri antichi orridi errori e mantiene saldi alcuni alti principi, nonostante ben sappia di essere ormai solo un cane (da cui il titolo). Non risulta mai, comunque, l’unico sulla scena: i quaranta brevi capitoli con titoletti esplicativi riguardano svariati personaggi della vita sulle strade, nelle bettole e nei tuguri, nei palazzi e nelle ville della megalopoli. Conosciamo lentamente il contesto a lui oggi contemporaneo, soprattutto grazie alle coraggiose gesta del primo oppositore braccato Joe Mafram, alto dirigente con sontuosa dimora in zona 1, entrato in clandestinità e fondatore del movimento BreakWalls per la soppressione dei check-point. Quando Salia decide di raccontarsi mette a tavola anche una bottiglia di buon vino rosso. La musica purtroppo viene sparata assordante tramite un casco torturatore, insieme a immagini che dureranno decenni.

 

 

Breve storia dei delitti in libreria – Massimo Gatta

Premessa di Norberto Melis

Graphe Perugia – 2024

Pag. 61 euro 9.50 (con utile poster)

 

Contesti di libri. Ultimi due secoli. Probabilmente sono stati sporadici le morti violente, omicidi femminicidi suicidi, avvenute in carne ossa sangue in una libreria reale di libri materiali, accaduti o proprio commessi da librai o clienti, abituali e occasionali. Molto frequenti e diffusi risultano, invece, quelli (più innocui) ricostruiti con inchiostro e carta, ideati e scritti da narratori e giallisti, più o meno famosi, poi presenti in racconti e romanzi stampati. Come è noto, forse iniziò un anonimo nel 1836 o Flaubert lo stesso anno con Bibliomanie, prime fiction su librai assassini, con successive quasi infinite varizioni di luoghi e protagonisti. La tipologia di scrittura giallistica (crime, policier, hard-boiled, Kriminal, thriller, noir) ambientata tra le mura di biblioteche pubbliche e private, archivi, case editrici, librerie di casa, librerie antiquarie, case d’asta, tipografie, negozi di libri e moderne librerie è stata studiata e commentata nella seconda metà del Novecento e la relativa bibliografia è ormai ricca e precisa. Entriamo, dunque, nel campo dei cosiddetti bibliomysteries, vanno presi in esame gli autori e le autrici da Edgar Allan Poe in avanti, dagli Stati Uniti all’Europa e altrove. Emerge subito la “variante Dunning-Bloch” (autori da approfondire), in cui pure il principale protagonista della storia è un libraio: librai anche assassini o poliziotti o ladri o investigatori. Un ruolo importante lo hanno avuto Otto Penzler, con i relativi delitti al Mysterious Bookshop, grandi classici (Augusto De Angelis e Carolyn Wells), in vario modo l’ecosistema parigino, poi in Italia Hans Tuzzi (Adriano Bon) e recentemente (dal 2022) il “Giallo in Libreria” nelle librerie Feltrinelli. Documentiamoci!

 

L’espertissimo bibliotecario Massimo Gatta (Napoli 1959) ha prestato servizio in diverse università italiane e scritto numerosi libri in argomento. Si occupa da anni di storia del libro e della tipografia, ha organizzato mostre di ex libris e di segnalibri, collabora con varie riviste e periodici. Ha ora realizzato un sintetico encomiabile diligente repertorio bibliografico su un tema di nicchia fra gli appassionati di gialli, che può tuttavia interessare ogni lettore “forte”, in quanto fa riferimento a crimini con tipologie di luoghi e sapiens che inevitabilmente incontra: librerie e librai (da cui il titolo). Nella letteratura di genere (genericamente) crime, di tutte le epoche e nazioni, accade talora che bibliomani, cacciatori di libri, librai ed editori finiscano coinvolti in omicidi più o meno efferati, e non sempre risolti, crimini tre volte “letterari”: ecco il godibile dotto appunto sulla fiction noir stampata, relativa alla produzione e al commercio di fiction stampata. C’è di che smarrirsi, ma l’autore si limita a ripercorrere cosa leggere prioritariamente e come ricostruire l’insieme dei testi rientranti nella tipologia complessiva e nelle sottotipologie specifiche (il recensore purtroppo non fa testo, ha appena pubblicato “Angolature Noir”). Non a caso le circa trenta pagine di narrazione sono accompagnate da oltre dieci fitte pagine di note, ben più di cento (137), con i riferimenti bibliografici e alcuni nessi. C’è di che sbizzarrirsi! Insieme al libro trovate inoltre un delizioso poster da conservare e appendere, con gli “indizi” ovvero le copertine (e le date di edizione, talora antiche) di un centinaio dei libri trattati.

 

 

Chi dice e chi tace – Chiara Valerio

Sellerio Palermo – 2024

Pag. 279 euro 15

 

Scauri, Latina, Lazio. Un ottobre di metà anni Novanta. La 40enne Lea Russo trascorre un fine settimana spensierato a Ponza, arrivando in traghetto da Formia con il marito 42enne Luigi (insegnante di fisica e matematica, di formazione Pci) e le due figlie Silvia e Giulia, nella casa dell’amica Alba dalla quale si vede il porto. Fa l’avvocato nella piccola Scauri e il successivo lunedì la segretaria le passa la telefonata di Mara Amadasi, che vuole comunicarle la morte domenica mattina della 64enne Vittoria Basile, un incidente nella vasca da bagno: “so che le piacevi, e che lei piaceva a te”. Il funerale è previsto per mercoledì e Lea non riesce più a concentrarsi sul lavoro, nonostante l’artigiano di ferramenta e sua moglie le presentino il caso di una possibile denuncia dopo che il loro figlio minorenne ha avuto la peggio in una rissa. Nei primi anni Settanta la seduttiva (naturale) quarantenne Vittoria e la bella diciottenne Mara erano arrivate in paese, non si capiva bene quale legame avessero (un’adozione, un rapimento, una fuga, chissà), né le attività e i legami precedenti dell’affascinante Vittoria, accogliente ed evasiva. Vittoria aveva cominciato a lavorare in farmacia, Mara aveva aperto una pensione e una toletta per cani e gatti, la loro casa era sempre aperta. Ma come fa una nuotatrice provetta, una che si tuffa a mare d’inverno e d’estate, a morire affogata a casa sua? Lea vuole capire come e perché può essere accaduto l’irreparabile, soprattutto comprendere meglio chi era davvero Vittoria e se era malata. Subito conosce l’ex marito Giorgio Pontecorvo d’Aquino (si erano sposati nel 1954), un potente anziano avvocato che la contatta per il caso dei pugni fra i ragazzi. Inizia così a ricostruire la biografia di quella donna affabile e poco ciarliera, di cui si era forse addirittura invaghita.

La bravissima scrittrice (di formazione matematica e scientifica) Chiara Valerio (Scauri, 1978) narra il borgo natio negli anni della propria adolescenza, con cura letteraria, stile impeccabile e incedere originale. Né un noir misterioso, né esattamente un romanzo di formazione, la storia di varie relazioni affettive, più o meno familiari, più o meno segrete, più o meno etero e omo, innanzitutto quelle degli sposati Lea e Luigi e delle amanti Vittoria e Mara (di cui pochissimi sapevano), la seconda attraverso un’investigazione biografica a ritroso nel tempo, anche a Roma. La narrazione è in prima persona al passato. Il titolo sottolinea un carattere peculiare della Vittoria frequentata, che parlava poco, l’entusiasta timidezza di chi viene precedentemente da case con libri e tanti viaggi, da ricevimenti e chiacchiere, l’istinto acquisito di non dire (più) molto e di non parlare (più) di sé stessi. A fronte anche delle continue imprecise chiacchiere che strabordano nelle piccole comunità di paese, seimila residenti nei mesi invernali e quasi centomila d’estate. Saggiamente tanti “forse” nel romanzo, l’indagine prosegue sempre e progressivamente la probabile verità emerge. Lì nessun personaggio è di contorno, certo non padre Michele o gli amici del circolo ferrovieri (con Gino e Mimmo). Pare che quello che rovina le famiglie è l’incapacità di accettare che quelli che ami cambino. La sfuggente Vittoria era esperta di piante e botanica (qualcosa impariamo anche noi), gran giocatrice di poker e briscola (capace anche di perdere se serviva) e bevitrice di Kir royale (adottato poi dai locali bar). Non si disdegnano vini, grappe e gin tonic. In auto i coniugi canticchiano Battiato.

 

 

Il clima che vogliamo. Ogni decimo di grado conta – AAVV

A cura della redazione de Il Bo Live – Università di Padova – 2023

Pag. 276 euro 21

 

Pianeta. Da un secolo (almeno) per un altro secolo (almeno). Spiega Telmo Pievani nella prefazione: “Abbiamo un problema climatico, anche nel nostro cervello. Sta arrivando la tempesta perfetta, non solo in atmosfera, anche dentro le teste di questo mammifero di grossa taglia sedicente sapiens, nato in Africa 300 millenni fa ed esperto nel cambiare il mondo che lo circonda, salvo poi accorgersi, magari troppo tardi, di doversi autolesionisticamente adattare agli stravolgimenti che ha introdotto”. Pievani, a lungo prorettore all’Università di Padova, dirige il relativo bel magazine culturale e scientifico, ora online, anticamente cartaceo, Il Bo Live. Ogni giorno vi vengono pubblicati corposi meditati articoli su vari argomenti, quasi sempre scientifici, spesso legati alla questione dei cambiamenti climatici antropici globali, alcuni all’interno di una serie specifica che poi ha dato il titolo al volume, “il clima che vogliamo”, premiata nel 2022 per la capacità di comunicare in modo innovativo, ovvero crossmediale (articoli, podcast, infografiche, video) la crisi climatica e la sostenibilità. Conclude Pievani: “capiamo da questi saggi che la crisi climatica è in ultima istanza una questione di altruismo e di rispetto verso chi verrà dopo di noi. La specie umana non è indispensabile. La Terra fotografata da Nettuno occupa 0,12 pixel. Su questo puntino sperduto nel nulla continuiamo a dilaniarci come miopi predatori di un’aiuola. Ancora lunga è la strada per guadagnarci quel participio di specie, sapiens”.

Il bellissimo godibile volume è strutturato in quattro parti, in tutto quasi una sessantina di limpidi selezionati saggi, ricco di illustrazioni, grafici, schede, dati, riassunti, usciti nell’ultimo paio di anni e rielaborati per l’occasione. La prima parte affronta il “come siamo arrivati fino a qui”: lo sfruttamento delle risorse e la crescente concentrazione di CO₂ in atmosfera, le istituzioni e le sedi che se ne stanno in qualche modo occupando, la cooperazione internazionale e l’ingiustizia sociale, le dichiarazioni di facciata e i segnali positivi, il ruolo degli organi di informazione e gli investimenti economici da programmare nei prossimi decenni. La seconda parte spiega le “tre crisi in una”: climate change, crollo della biodiversità, inquinamenti vari. La carenza di risorse idriche è già un dramma per molte popolazioni, la distruzione di habitat aumenta la probabilità di insorgenza di malattie infettive, anche pandemiche; gli eventi meteorologici estremi possono provocare milioni di vittime e arrivare a mettere in ginocchio interi settori produttivi, su tutti quello alimentare. La terza parte motiva le necessità e le urgenze per “il cambio di passo”: smettere di bruciare combustibili fossili e puntare convintamente sulle fonti rinnovabili. La quarta parte mostra infine che “c’è un grande lavoro da fare, e presto”, risposte integrate tra ambiti tradizionalmente distinti. Lo strappo dalla dipendenza dai combustibili fossili non sarà indolore: significa ripensare un’organizzazione sociale costruita in decenni e vincere resistenze spesso votate alla difesa di interessi costituiti. Un testo da tenere sempre sotto mano di questi tempi, sfogliandolo ogni volta che serve, anche con l’utile “climazionario” che in fondo rimanda a temi e pagine chiave. E poi, magari, spostandosi sul sito (ove ritroverete il nome degli autori e delle autrici della briosa competente redazione) e cercando lì l’articolo giusto per capire e aggiornarci: https://ilbolive.unipd.it/it/homepage.

 

 

Il delitto della montagna. Una nuova indagine di Gaetano Ravidà – Chicca Maralfa

Newton Compton Roma – 2024

Pag. 281 euro 12,90

 

Asiago, provincia di Vicenza, mille metri slm (altipiano di sette comuni), stazione dei carabinieri, via Verdi 41. Fine gennaio 2020. Il 53enne comandante e luogotenente (promosso da poco più di un anno) Gaetano Ninni Ravidà, spalle larghe e possenti, indisciplinati ricci sulla testa striati di bianco, è arrivato lì da un biennio, trasferito dalla sua Bari. Dopo venticinque anni di matrimonio, importantissime indagini di polizia giudiziaria e notevoli successi da maresciallo capo (come l’aver raccolto in carcere il pentimento del più importante boss pugliese), era stato lasciato dalla moglie Simona (innamoratasi del suo miglior amico) e si era separato pure dalle due amate figlie (Monica e Agnese), rifugiandosi in montagna. Mesi prima ha risolto il delicato cold case (archiviato dopo sette anni di inutili indagini) dell’omicidio delle sorelle Pina e Carla Bedin, di settantadue e settantaquattro anni. Negli ultimi tempi si sta occupando molto di questioni ambientali: l’operazione Terra di Nessuno per le cave riusate come deposito di rifiuti pericolosi (e conseguenti infiltrazioni inquinanti), dubbi sul possibile ruolo nei traffici della mafia del Brenta, conflitto ambientalisti-imprenditori nel rischio di estinzione di una rara salamandra che condiziona il taglio dei boschi, persistenti effetti della tempesta Vaia. Poi in un cunicolo viene trovato il cadavere mummificato di un uomo e l’attenzione viene in parte assorbita dalla necessità di individuare la sua identità, oltre che le cause della morte. Ben presto scoprono che potrebbe essere stato ucciso circa tre anni prima, soprattutto grazie alle analisi svolte nel capoluogo provinciale dal medico legale Maria Antonietta Malerba, con la quale Ravidà ha avviato una relazione clandestina di reciproca soddisfazione, pur vivendo lui in caserma ed essendo lei ancora stabilmente legata a Ludwig, allenatore dell’Asiago Hockey. La vittima potrebbe essere Ernesto Costa, scomparso da tempo, marito traditore della ricca proprietaria della distilleria.

L’ottima giornalista pugliese (girovaga) Angela Chicca Maralfa (Bari, 1965) mantiene alta la qualità dell’incedere giallo noir anche nel quarto maturo romanzo pubblicato (fra i molti stesi o abbozzati nei cassetti), secondo della serie. La narrazione è in terza fissa (rarissime le brevi eccezioni) al passato su Ravidà, sensibile e perspicace, via via che la matassa gialla s’infittisce con altre piste e altri delitti (i comportamenti criminali possono essere vari e diffusi). Si tratta decisamente di un’ottima conferma: linearità di scrittura, stile elegante, ricchezza di umori e registri, ingranaggi avvincenti. Ormai il protagonista non si crogiola più nell’immobilismo emotivo, è davvero rispettosamente coinvolto da Malerba, ha ripreso ad appagarsi nell’indagare sui sentimenti altrui, ripensa con affetto al disperso nonno catanese 25enne, fante della brigata Trapani sul monte Lèmerle, “seppellito” sull’altopiano fra i militi ignoti (senza processo di identificazione). Ravidà è riuscito a far propri quei luoghi montani con relativi abitudini e segreti (da cui il titolo). Ancora una volta il contesto così piccolo rinvia inevitabilmente a qualche certa omertà sulla scomparsa di un uomo adulto e ben introdotto: come mai non si era più visto a casa e in giro ma nessuno ne aveva parlato? E le nuove morti sono casuali (un incendio, la caduta da un dirupo) oppure collegate alle proteste ecologiste o addirittura alla stessa mummia ritrovata? Conflitti socio-ambientali, criminalità organizzata o altro? Tornano personaggi ai quali ci si affeziona a distanza: l’anziana Lilli Pertile, il conterraneo procuratore Pazienza, gli altri carabinieri del comando, il fratello maggiore giornalista Giovanni ormai innamorato a Bari. Vini e grappe, tre calici di ribolla gialla prima dell’amore. Talking Heads e Leonard Cohen, certo, ma soprattutto i mitici The National, con i testi che arrivano spesso al momento giusto.

 

 

La politica degli animali – Gianluca Felicetti

People Gallarate – 2024

Pag. 216 euro 16

 

Italia. Ai tempi nostri. Siamo circondati da (altri) animali. Vivi come quelli che incontriamo quotidianamente (cani, gatti, uccelli e tanti altri) e, spessissimo, non più vivi: tramutati in scarpe o fatti a pezzi, confezionati e sovrapposti in un frigorifero, per esempio. In molte sostanze (un farmaco, una vernice), sperimentate anche su di loro prima che potessimo usarle noi, oppure sugli schermi (uno spettacolo circense o un documentario sulla natura). Interi settori economici sono basati sull’utilizzo (sullo sfruttamento) degli animali. Cogliamo una parziale acquisizione culturale abbastanza recente, però: il loro utilizzo non è più una necessità di (nostra) sopravvivenza, una strada obbligata, sempre che lo sia mai stata veramente. Oggi è una scelta. E può essere cambiata, a partire dalla messa in discussione della liceità dei guadagni basati sull’uccisione degli animali. Decenni fa è emerso parallelamente in diversi paesi un “movimento” collettivo di donne e di uomini che ha chiesto comportamenti collettivi coerenti con la consapevolezza che non siamo gli unici animali presenti sul pianeta. L’antispecismo implica combattere ogni discriminazione fondata sull’appartenenza a una specie diversa, al fine di riconoscere agli animali i nostri stessi bisogni fondamentali: vita, libertà, dignità. Eppure, ancora tanti “amano” singoli animali, amano teoricamente gli animali, ma non li rispettano “tutti”, concretamente quotidianamente, nei loro diritti. Approfondiamo bene, pertanto, anche verificando l’evoluzione dei programmi e dei voti dei singoli partiti, tempi e modi di una politica e di politiche che riguardino meglio gli animali, le azioni concrete, organiche, programmate, responsabili delle istituzioni nel loro (nostro) rispetto.

Gianluca Felicetti (Roma, 1963) ha trascorso la vita adolescente e adulta a sostenere le iniziative animaliste della Lega Anti Vivisezione (LAV), militante dal 1979, presidente dal 2006, ideatore e autore di molteplici iniziative legali e legislative come, per esempio, la proposta (poi diventata legge nel 1993) di riconoscimento dell’obiezione di coscienza alla vivisezione, il contributo alla prima Relazione del Parlamento Europeo sul benessere e lo status degli animali (presentata nel 1989 e approvata a Strasburgo nel 1994), fino alle proposte di riconoscimento della tutela degli animali nella Costituzione italiana (2022) e nella Carta per i diritti fondamentali dell’Unione Europea, al progetto di trasformazione dello zoo di Roma, al primo ricorso al TAR vinto per il diritto d’accesso alle informazioni del Ministero della Sanità riguardanti la sperimentazione sugli animali, alla proposta poi diventata legge (attuata dal 2001) della presenza di un esperto animalista nelle Commissioni di revisione cinematografica, al varo del Decreto Legislativo n.146 con il divieto di ingozzamento forzato di anatre e oche, spiumatura di volatili vivi e mutilazioni negli allevamenti intensivi, alla riforma del Codice Civile per la tutela degli animali. Vegetariano per vent’anni anni, vegano nel successivo quarto di secolo, ha partecipato a innumerevoli consulte e comitati, master e testi, amministrativi e ministeriali, “etologo” honoris causa. Ha strutturato l’interessante testo riassuntivo di lotte e proposte in tre parti: la questione animale è una questione politica; alcune battaglie-simbolo per gli altri animali; la politica e gli animali. Ogni parte contiene vari capitoli specifici ed esemplificativi (complessivamente una trentina), scritti in modo chiaro ed efficace, con un incidere disorganico, competente, turbinante e appassionato. Poche note lungo il testo, bibliografia ristretta in fondo.

 

 

 

La spilla d’oro. Memorie da un secolo sterminato – Paolo Buchignani

Arcadia Edizioni Roma – 2024

 

Natale 2001. Lucca. Nel reparto di cardiologia dell’ospedale muore l’87enne Orlando, padre di Lapo. Quasi venti anni dopo, durante l’inizio della pandemia nella primavera 2020, al professore di storia Lapo B. comincia ad accadere spesso di ripensare alle proprie antiche origini familiari e sociali, un po’ forse per la paura del virus mortale, per la condizione d’isolamento, per la sua stessa appassionante professione. Il caso gli mette sotto gli occhi un vecchio album polveroso, dimenticato da tempo nel fondo di un cassetto. Lapo sfoglia avido le foto in bianco e nero. Ne scopre una del 1919, una donna e un bambino. Sono evidentemente la nonna Esterina, una 28enne vedova in lutto, sigaraia di umili origini contadine e operaie, ultima di dieci fratelli, studi fermi alla terza elementare, donna del popolo, accanto al secondo figlio, proprio Orlando, nato il 4 luglio 1914. Nonno Isidoro (marito e padre) è in altre foto, baffi, sguardo fiero, postura elegante, infermiere ma lì vestito da soldato della Grande Guerra, poi tornato dalle trincee con i polmoni bruciati dal gas, morto 34enne dopo un’agonia di pochi mesi. La coppia aveva avuto un primo figlio nel 1912, Ivano, era sopravvissuto poco, avevano fatto appena in tempo a battezzarlo. Infine, un terzo figlio nacque nel 1915, Rinaldo. Lapo ricorda bene Esterina e la spilla d’oro che teneva sulla pietra di marmo del comò, con la testa rossa, deposta in un piccolo vassoio d’argento. Trova nell’album altre foto dei parenti di quel periodo, talora col piccolo Orlando. Tutte lo incuriosiscono, il padre vi è raramente. Prima di trovare altre foto dedicate a Orlando, deve giungere al 1942, in divisa militare e a cavallo, bello e distinto, affascinante e convinto. Si sarebbe sposato alla soglia dei quarant’anni. Lapo va a prendere un proprio ritratto da giovane: la somiglianza fisica è evidente. E per il carattere? E nei pregi o nei difetti? È giunto il momento di guardarsi indietro!

Lo storico del Novecento italiano Paolo Buchignani (Lucca, 1953), oggi docente di Storia contemporanea all’Università per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, ha pubblicato tantissimi meditati saggi sul periodo fra le due guerre, sul fascismo, sulle avanguardie e sul tema della rivoluzione elaborato nelle diverse culture politiche italiane dei (due) secoli scorsi. Sceglie per la seconda volta la diversa forma narrativa del romanzo, qui familiare, in modo di ripercorrere la storia globale e nazionale, accanto alle biografie private dei cari progenitori. La narrazione è in terza varia, al passato la ricostruzione che fa oggi Lapo, spesso al presente gli episodi dei personaggi via via protagonisti nelle esperienze di paese e di provincia. La scansione in tre parti è connessa alla relativa periodizzazione della vita di Orlando, con un continuo intercalare di ricerche e ricordi personali: una trentina di capitoli la prima parte, dalla nascita nel 1914 al fascismo imperante; una ventina la seconda parte, socialismo reale e capitalismo reale; una decina la terza, fin quasi ai giorni nostri. Della spilla gli aveva parlato la nonna Esterina (da cui il titolo) alla soglia dei novant’anni: “Un regalo del nonno, l’anno dello sposalizio, … il 1911. Un periodo bello. Il sabato sera ci si vestiva bene, si prendeva il calesse e si andava in città … Sai, nelle sere a teatro, nel loggione dove si andava noi …si stava appiccicati … c’eran quelli che se ne approfittavano per toccare le donne … staccavo quella spilla dallo scialle e la ficcavo a tutta forza nella mano di quel mascalzone …”. I caffè e le canzoni d’epoca, i rumori di guerra e i lutti, le processioni e i partiti, le spedizioni punitive e le violenze, i processi e il regime, un flusso di eventi ed episodi che si rincorrono attraverso una godibile narrazione che poi affronta la contestuale evoluzione personale nella seconda metà del Novecento. Uno storico di fonti e documenti ufficiali fa i conti con la dimensione mnemonica soggettiva di figlio e con i sensi delle vite, più o meno dolenti, mescolando o connettendo realtà e fiction.

 

 

Parlare al silenzio. La mania di raccontare il tennis – Federico Ferrero

Add Torino – 2024

Pag. 154 euro 18

 

Campi da tennis e schermi della televisione. Dall’ultimo quarto di secolo in avanti. Federico Ferrero (Cuneo, 1976) è uno dei più noti e bravi commentatori tv delle partite dei tornei di tennis. Era studente liceale e poi universitario quando maturò la passione e poi la convinzione che potesse essere la professione della sua vita. Nell’estate 2001 fingeva di interessarsi alla correzione della tesi di laurea in Giurisprudenza, dedicata alla comunità amministrativa di Diano d’Alba nel secolo XVIII, e si gustava il quarto di finale più bello della storia degli US Open fra Pete Sampras e André Agassi, seguendo la telecronaca dei mitici Rino Tommasi e Gianni Clerici. Sapeva di dover completare il percorso di studi seguito più per convinzione altrui che non sua, ma era pure consapevole già da tempo che non avrebbe voluto poi fare pratica in uno studio d’avvocato, quello non era il suo sport. La sua scelta era il tennis e da allora ha trovato il modo di perseguirla con tenacia e successo. Certo, negli anni Novanta, in Italia, i giornalisti di tennis erano meno di dieci (oggi forse meno, però, sta cambiando tutto, spiega). Seguiva le riviste, spulciava le rare cronache sui quotidiani, s’industriava per vedere le rarissime dirette televisive, cercava contatti per inserirsi. Fu chiamato a Milano dal vicedirettore di “Il Tennis italiano” e, dopo un incontro per certi versi disastroso, divenne uno sperimentale redattore incaricato di seguire l’appena lanciato sito della rivista. Dal 2005 è passato a Eurosport, per qualche anno girando per tornei ATP e grandi Slam, finché da oltre dieci anni il commento si fa da stanze o cabine a centinaia e migliaia di chilometri di distanza. Ora che tanti più italiani seguono parecchio tennis in tv (prima eravamo pochi) potete incontrare facilmente (anche su Sky) la sua voce e la sua competenza. Qui racconta come fare una corretta punteggiatura degli scambi, dei game e dei set, rispettando tempi pause silenzi (oltre che giocare e fare l’agricoltore nel tempo libero).

La spigliata narrazione autobiografica di Ferrero è organizzata in quattordici capitoli, ognuno ha in esergo una frase (di giocatori o esperti) che lo ha aiutato a capire meglio, sia la disciplina sportiva che il suo lavoro professionale. Il testo alterna le vicende cronologiche del suo percorso nel passaggio dall’analogico al digitale alle riflessioni sulla specificità di commentare tennis, da solo o in coppia con una spalla tecnica. Ribadisce di continuo che il mestiere s’impara eseguendo, assorbendo, comparando, talora sbagliando. Riporta il prontuario di slogan, formule e frasi fatte con cui ha sentito riempire centinaia di vuoti mentali in telecronache e articoli, per questo occorre sapere quando piuttosto stare un poco zitti e come parlare con inventiva al silenzio (da cui il titolo). I possibili significati del silenzio nel raccontare storie e partite sono anche una metafora per altri usi in fenomeni culturali e sociali contemporanei. Capiamo qualcosa inoltre sui possibili scenari futuri, diventi o meno Sinner il numero uno del mondo. Ferrero ricostruisce con aneddoti e informazioni i tanti lavori che stanno intorno alla visione di un evento sportivo costruito come spettacolo per il pubblico più ampio possibile: dai giocatori (non per forza campioni) agli allenatori, dai fotografi ai pubblicitari, dai registi ai tecnici. Cita spesso alcuni di loro e i colleghi giornalisti, con devozione mirata Clerici e Tommasi. Occorre tener presente che il padre dell’autore produceva vino nelle Langhe e così lui ricorda con commozione la pinta di barbera obbligatoria sulla tovaglia a quadri nella casa sul lago di Como del primo.

 

 

Sale. Una storia del mondo – Mark Kurlansky

Traduzione di Stefano Spila

Nutrimenti Roma – 2023 (orig. 2022)

Pag. 559 euro 22

 

Pianeta. Da molto tempo addietro. Il sale è un componente indispensabile per il funzionamento delle cellule. Senza sale e senza acqua (di per loro fattori abiotici), le cellule non potrebbero nutrirsi e morirebbero per disidratazione, tutti i fattori biotici ne dipendono. Forse nasce anche da questa consapevolezza, prima implicita poi consapevole poi scientifica, una certa ossessione umana per il sale quella di cui parlò nel 1912 lo psicologo junghiano Jones (che lui considerava irrazionale e inconsciamente sessuale). Esistono molti sali, alcuni dei quali sono commestibili e spesso si trovano insieme. Sono noti innumerevoli usi umani dei sali. L’industria moderna ne può vantare ben quattordicimila, tra cui la produzione di farmaci e parafarmaci, lo scioglimento del ghiaccio lungo le strade d’inverno, la concimazione dei campi, la fabbricazione di sapone, l’addolcimento delle acque dure e la tintura dei tessuti. “Sale” è anche un termine chimico che indica una sostanza ricavata dalla reazione di un acido con una base. Soprattutto, il sale “conserva”, per millenni è stato il mezzo principale per proteggere gli alimenti dal decadimento e impedire la decomposizione, è stato spesso associato alla ricchezza di una comunità e ha assunto fra i popoli ulteriori significati culturali e religiosi. Ormai lo possiamo confermare: il sale è un elemento potente e talvolta pericoloso (innanzitutto per la nostra salute) che deve essere maneggiato con cura. La quantità consigliata varia, tuttavia, a seconda del clima e del meteo esterni, del lavoro e delle attività giornaliere di ciascuno. Vero è che oggi la maggior parte delle persone sceglie di mangiare molto più sale del necessario. Approfondiamone la conoscenza e adattiamo il sale alle nostre esistenze.

Il grande giornalista girovago e divulgatore statunitense Mark Kurlansky (Hartford, Connecticut. 1948) ormai vive fisso a Manhattan e ha pubblicato decine di documentati volumi su argomenti vari, scientifici (dalle isole al pesce), geografici (dai Caraibi a Cuba), letterari (da Hemingway al baseball) e alimentari (dal merluzzo alla cipolla, a breve sugli astici). Uno dei primi saggi fu dedicato nel 2002 al sale e viene ora utilmente tradotto in italiano. Il punto di partenza è antropologico e storico: le tribù di cacciatori non raccoglievano né commerciavano il sale, mentre le tribù agricole lo facevano. Inoltre, anche gli animali avevano (e hanno) bisogno di sale, il crescente allevamento del bestiame ne ha aumentato la necessaria disponibilità. Così la ricerca del sale è stata una sfida ingegneristica e trasportistica per i sapiens da migliaia di anni. Stabilire il vero valore del sale, uno dei beni più accessibili della terra, non è mai stato facile, tanto più con la forte contrapposizione fra coloro che cercano di evitarlo più possibile e coloro che non possono fare a meno di accrescerne l’aggiunta. La narrazione briosa è strutturata in tre parti (cadaveri e salse dal gusto pungente; lo scintillio delle stringhe e il profumo della conquista; il matrimonio perfetto del sodio) e in ventisei capitoli che affrontano un po’ tutti gli aspetti e i nessi di una storia davvero mondiale del sale (da cui il titolo). Gli apparati finali riguardano la bibliografia (non aggiornata) e l’opportuno indice analitico di argomenti, luoghi, popoli, persone.

 

redaz
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *